Calcio, GB e fallimento Champions

Se sarebbe frettoloso suonare il de profundis per il calcio inglese, l’assenza di un club di Premier League tra le ultime quattro di Champions League è più di una coincidenza sfortunata o di un riequilibrio a livello internazionale: l’eliminazione del Manchester United segna la fine di una stagione di chiaro predominio. Lo dicono i numeri, e non solo. Era da sette anni che l’Inghilerra portava almeno una squadra in semifinale. Nelle ultime tre edizioni erano state addirittura tre i club inglesi arrivati a giocarsi l’accesso alla finale più prestigiosa. Nel 2005 e 2007 l’aveva centrata il Liverpool (vincendo ad Istanbul contro il Milan), nel 2006 l’Arsenal, nel 2008 il Chelsea, negli ultimi due anni lo stesso United, trionfando a Mosca e perdendo lo scorso anno a Roma contro il Barcellona. Una presenza costante ai vertici del calcio europeo. Se a Madrid, il prossimo 22 maggio, una squadra di Sua maestà fosse riuscita a trionfare, anche nel computo delle vittorie complessive l’Inghiterra avrebbe primeggiato, raggiungendo la Spagna (12 coppe), staccando l’Italia ferma a 11.

L’aggancio per il momento è rimandato, ma nell’anno del mondiale l’improvviso fallimento preoccupa. Anche perché la vistosa flessione, per quanto fulminea nella sua imprevedibilità, si presta ad analisi non solo strettamente calcistiche, che si ricollegano anche all’indebolimento della sterlina e alle aliquote fiscali in vigore nel Regno Unito. Ma soprattutto riportano d’attualità la situazione finanziaria, meglio la pericolosa e disinvolta tendenza del calcio inglese all’indebitamento, allo squilibrio tra costi e ricavi. Uno scompenso confermato da un recente rapporto della Uefa secondo cui i club della Premier League totalizzano l’equivalente del 56% dell’indebitamento di tutto il calcio europeo, addirittura quattro volte superiore al secondo campionato più in rosso del continente, la Liga spagnola. Un passivo di circa 3,8 miliardi di euro che fatalmente va a pesare, meglio pregiudicare, i conti societari e con essi le strategie di mercato. Così, per esempio, la scorsa estate lo United (debiti per 800 milioni di euro) non solo è stato costretto a cedere Cristiano Ronaldo, ma ha dovuto rinunciare anche a Carlos Tevez, ritenuto troppo costoso. E si è così trovato a dover giocare il ritorno con il Bayern Monaco con un Roooney azzoppato per mancanza di alternative. Sacrifici condivisi da tutte le top-four: perché se il Chelsea ha imbracciato da tempo un ferreo regime di austerità, l’Arsenal la scorsa estate ha ceduto Emmanuel Adebayor, e il Liverpool Xabi Alonso. Cessioni non adeguatamente rimpiazzate che oggi si riflettono anche sul rendimento domestico.

Dopo 33 giornate le prime tre in classifica (Chelsea, United e Arsenal) hanno già totalizzato 18 sconfitte. Troppe, non solo rispetto all’ultima stagione quando a fine Premier le prime tre ne avevano subite 10, ma anche confrontando gli altri campionati europei: in Spagna le tre battistrada fin qui hanno perso solo 10 partite, in Germania 13, in Italia 14. Un livellamento verso il basso che consentirà quest’anno di vincere la Premier con il punteggio più basso degli ultimi sette anni. Sette, appunto. Come l’ultimo fallimento europeo. Se la storia (del calcio) è fatta di cicli e ricicli, quello inglese rischia di essersi esaurito.

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