La rissa più sconvolgente della storia dell’NBA: volano calci e pugni

La maxi rissa ha coinvolto tutti: giocatori, dirigenti, staff tecnico e perfino tifosi. Così non va, questo non è più sport!

Se cercaste su internet “i valori dello sport” vi uscirebbe una lista che giustamente comprende parole come uguaglianza, fratellanza, rispetto, competizione, sacrificio, disciplina e competizione. Ecco, ora cancellate tutto, perché il mondo del basket ha dato il suo peggio in questo episodio calpestando tutti questi valori.

Ron Artest
LaPresse

Ci sono alcuni atleti, dal calcio alla pallacanestro ma anche in tutti gli sport in realtà, che potremmo proprio definirli come i peggiori nemici di se stessi: Antonio Cassano, Mario Balotelli, Ron Artest e Dennis Rodman, così tanto per citarne quattro. Proprio uno di questi, Ron Artest, cestista ala piccola all’epoca dei fatti in forza agli Indiana Pacers, scrisse una delle pagine più buie nella storia di questo sport.

Si giocava al Palace of Auburn Hills di Detroit, il 19 novembre 2004, una partita di regular season di NBA tra Indiana Pacers e Detroit Pistons, due squadre già in partenza non amiche, anzi, decisamente due franchigie rivali e all’epoca super potenze di questo sport, tanto che i Pistons di Detroit erano campioni in carica mentre i Pacers di Indiana venivano accreditati come una tra le maggiori contendenti al titolo.

La partita in realtà ha avuto poca storia: numerosi contatti al limite e finanche proibiti, un dominio nel risultato da parte degli ospiti ed una tensione tra campo e spalti percepibile a chilometri di distanza. A 46 secondi dal termine, con Indiana sopra Detroit 97-82, Ron Artest dei Pacers ferma Ben Wallace con un fallo duro e Big Ben reagisce spintonandolo: è l’inizio della fine. Scoppia una rissa infinita che coinvolge tutti: giocatori, dirigenti, allenatori, staff e tifosi… sì, perfino tifosi, che a Detroit sono famosi per non essere i più teneri del mondo.

Ora, Ron Artest spesso si lascia andare a scatti d’ira e per questo è seguito da vicinissimo da uno psicologo, ma in un clima del genere è difficile rimanere calmi anche se Artest ci prova e a metà rissa si va a sdraiare sul tavolo dei commentatori per calmarsi. Al Palace of Auburn Hills però, tutto intorno a lui, la rissa è infermabile ed un tifoso dagli spalti ha l’idea più cretina del secolo: lancia un bicchierone di birra carico di ghiaccio su Ron Artest ed il cestista non ci vede più.

Parte una caccia all’uomo senza pari: Artest balza in piedi, cammina letteralmente sui telecronisti e furioso scavalca gli spalti andando a cercare il suo obiettivo… e appena lo trova lo inizia a percuotere. O almeno crede di averlo trovato, perché il colpevole non è quel tifoso ma Artest non lo sa e aiutato da alcuni suoi compagni ingaggia una scazzottata con altre centinaia di tifosi dei Pistons.

La situazione è ormai fuori controllo, è un tutti contro tutti, anzi, un tutti contro i Pacers, e non si placherà prima di diversi minuti e minuti di panico generale. Le squadre e i tifosi abbandoneranno il palazzetto dello sport a notte fonda e l’indomani arriverà la mazzata da parte dell’NBA: ore di lavori socialmente utili a tutti i giocatori, 6 gare di inibizione a Wallace, 25 di squalifica a Jackson e 30 ad O’Neal, ma il record tutt’ora inarrivabile spetta ad Artest che ne prende addirittura 73 più le 13 di eventuali playoff.

Ron Artest: vita privata, statistiche e carriera

Oggi Ron Artest, o per meglio dire Metta World Peace dato che si è fatto cambiare nome nel 2011, ha 43 anni ed ha smesso col basket a 38, non prima di aver giocato due anni tra Cina e Italia (a Cantù). Oggi è un dirigente sportivo ed è stato anche assistant coach ai South Bay Lakers in NBA Development League, cioè nel campionato dei giovani cestiti scartati dalle grandi franchigie al Draft. Ha anche inciso un album di canzoni rap chiamato My World.

Ron Artest ha avuto tre figli, di cui uno cestista chiamato Ron Artest III, da Kimsha, popolare celebrità televisiva con la quale è stato sposato dal 2003 al 2009.

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Ron Artest è stato un giocatore forte che avrebbe potuto dare di più, in quanto troppo spesso si è lasciato andare a comportamenti irrispettosi e scatti d’ira che ne hanno condizionato la carriera. Ciò non gli ha impedito di incidere in NBA comunque: in 991 gare disputate ha avuto una media di 13.2 punti a partita, il 34% di conversioni da tre punti, il 71,5% di canestri da tiri liberi, 4.5 rimbalzi a partita e 2.7 assist, inoltre si è laureato campione con i Los Angeles Lakers nel 2010 ed è stato insignito del premio come Difensore dell’anno nel 2004.